Ricordi di guerra nel fermano,il racconto di Armando Campofiloni


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Intro: i nostri territori sono intrisi di storia troppo spesso dimenticata nei meandri degli archivi impolverati.Guerre,lotte per la libertà,il senso di orgoglio e amor patria erano benzina che incendiavano lo spirito della battaglia.Quanti morti ci furono?Tanti,i civili e militari italiani rimasti uccisi furono 472.354 .Era necessario?Forse.Vanno ricordati?Sicuramente.Dalla storia si dovrebbe imparare a non commettere gli stessi errori. Abbiamo imparato veramente?A sentir dall’aria l’odio sta tornando.E’ forse questa la natura dell’uomo?Comunque sia, la conoscenza di ciò che è stato va sempre tenuta a galla per tenere a bagno la coscienza dello spirito.

Armando Campofiloni racconta che i suoi fratelli e i suoi familiari erano dediti alla vita di mare e la pesca era l’occupazione principale della loro vita, il mare e le barche erano al centro dei loro interessi. Proprio loro trasmisero ad Armando la passione per quella vita marina e la capacità di dominare la forza del mare anche quando era in burrasca. Un giorno il maggiore Grenn gli fece una richiesta che lui accettò, ovvero concesse una delle sue barche agli alleati inglesi per un operazione di salvataggio di ex prigionieri di guerra, e questo fu notato e apprezzato da Bruno Leoni che divenne suo amico.

Il sergente maggiore inglese Alan Grenn era proprio uno dei diretti responsabili di questa operazione di salvataggio e gli era già stata concessa una delle barche da pesca quando nei primi giorni dell’aprile del 1944 con alcuni ex prigionieri volle imbarcarsi proprio a Marina Palmense per raggiungere le zone del sud, liberate dagli alleati attraverso la linea di Ortona-Cassino-Anzio. Dato il successo di quella operazione, alla richiesta fattagli dal generale di una seconda barca seguì la sua disponibilità ad aiutarlo. Appena Armando gli diede la disponibilità e acconsentì alla cessione della sua barca, egli tirò un gran sospiro di sollievo e fu molto felice poiché sotto la sua responsabilità vi era la necessità di liberare un altro gruppo di ex prigionieri alleati, tra cui generali, ufficiali e un console americano fuggito dopo l’8 settembre del 1943 dal campo di prigionieri del castello di Vincigliata, presso Firenze, per l’aiuto loro offerto da uno dei primi nuclei partigiani costituitosi nella zona, che li accompagnò all’Eremo di Camaldoli in Romagna. Gli ex prigionieri si rifugiarono poi per merito del buon senso e dell’accorgimento di un frate dell’Eremo ,in Valle Rocciosa, un luogo selvaggio ,nascosto nell’Appennino romagnolo.Questa valle era isolata dal resto del mondo ed era chiamata “Rio degli Oracoli” per tradizione leggendaria. Gli ufficiali inglesi rimasero quasi un anno nella valle di “Rio degli Oracoli”, dopo di che dividendosi in gruppi iniziarono le peregrinazioni in terra marchigiana, che li portò verso la strada della salvezza. Diceva Armando: ” Per me era importante aiutare gli uomini in difficoltà ”.Il maggiore Grenn telegrafò ai suoi compagni rimasti nel fermano (zona ancora occupata dai tedeschi) per informarli dell’esistenza di gente generosa e impavida disposta ad offrire il loro aiuto.

Un giorno arrivò un agente dei servizi segreti inglesi e Armando pensando che fosse una spia tedesca negò con forza l’operato già effettuato per iniziativa dal serg. Maggiore Grenn nei primi di aprile e gli rifiutò la sua disponibilità. Dopo qualche perplessità però, fortunatamente Armando capì che si trattava di un agente dell’ intelligence dell’A. Forces. Faceva veramente parte del servizio segreto inglese e gli confermò che si sarebbero dovuti fare altri imbarchi molto più importanti del primo poiché vi erano generali di elevata importanza. Uno di quei gruppi era proprio guidato da Bruno Leoni e prima che giungesse il suo gruppo ne arrivò un altro guidato dall’ ingegner Cagnazzo, il quale voleva impedire che venisse preparato anche il gruppo di Leoni per l’imbarco verso le zone liberate del sud, poiché sarebbe giunta in breve, un’eccessiva moltitudine di prigionieri che avrebbero attirato l’attenzione dei tedeschi. Infatti i tedeschi avrebbero scoperto molto facilmente il covo marchigiano degli ex prigionieri, poichè la nostra zona del fermano era poco protetta da rifugi e per niente nascosta da occhi indiscreti. Il covo era troppo vicino alla località di sbarco e in prossimità della strada nazionale, costituendo un pericolo serio per tutti, in quanto era la via principale di comunicazione con il fronte tedesco di Ortona. Si trovava in prossimità del paese di Torre di Palme dove gran parte della popolazione apparteneva alla Repubblica di Salò, perciò l’azione dei fascisti poteva rendere la zona molto pericolosa per l’intera spedizione. L’ingegner Cagnazzo che prima era titubante sull’ operazione dell’ufficiale di collegamento Leoni in seguito ci ripensò capendo che fosse stato più opportuno farlo ugualmente. I due gruppi: quello dell’ingegner Cagnazzo e quello di Leoni erano giunti insieme dalla Romagna ,per poi essere divisi in due per strategia una volta arrivati in terra marchigiana.

Armando cercò di imporsi dicendo che l’operazione doveva essere fatta contemporaneamente nella stessa notte ma in zone differenti. Infatti una volta fatta la prima spedizione la zona sarebbe divenuta di grande pericolo poiché sia la gente vicino che i tedeschi, il cui comando era nelle vicinanze, ne sarebbero venuti a conoscenza. Leo, Armando e i suoi fratelli decisero così gli accordi per organizzare la partenza, decidendo di trasferire tutto il gruppo di prigionieri con 5 generali da salvare in una zona a sud di Torre di Palme .Infatti questa località marina fiancheggiata da irti scogli era il luogo perfetto per nascondere la barca, ma come le altre era una zona pericolosa e impervia. La data di partenza delle due spedizioni non fu decisa immediatamente per due motivi, la prima era che si dovevano sistemare le barche lasciate abbandonate in cattive condizioni, la seconda era che in atto vi era una tempesta. Tuttavia bisognava prendere una decisione in merito ,con prontezza e risolutezza rischiando di affrontare i pericoli del mare in burrasca poiché il timore di essere in preda dei tedeschi era più forte di quello di annegare. L’incitazione alla partenza fu data dal maggiore Arturo Strinati, comandante dell’87° settore adriatico che insieme all’ingegner Cagnazzo si era precedentemente adoperato ad effettuare altri imbarchi con navi da guerra alleate ma con risultati insoddisfacenti.

Il maggior Strinati avvertì tutti di un probabile e imminente rastrellamento nella zona da parte dei tedeschi, perciò la data di partenza fu fissata la partenza il 09/05/1944. La mareggiata non era terminata ma Armando impulsivo, pieno di coraggio, vigore e baldanza giovanile si sentì pronto ad affrontare una situazione particolarmente delicata. Così prese il timone e trasportò l’equipaggio a largo ma la notte fu difficile e tormentata. La violenza delle onde si abbatteva sulla barca che sul fondo presentava delle grandi fessure che facevano imbarcare acqua. Gli inglesi presi dal panico iniziarono a protestare sempre maggiormente e Armando capì che il ritorno sulla spiaggia sarebbe stata la loro fine e quindi alla lotta contro la furia delle onde si aggiunse anche la lotta contro l’unanime intenzione dell’equipaggio di tornare a riva. Leoni riportò la calma tra l’equipaggio e fiducioso di Armando il viaggio proseguì. Le prime luci dell’alba gli diedero ragione, l’acqua cessò di entrare nella barca e la tempesta cessò. La speranza di salvezza cominciava a invadere l’equipaggio come i raggi del sole folgoranti all’ orizzonte. Sorridenti e felici per il pericolo scampato , la mattina seguente, mentre Bruno e Armando ricordavano la notte come la più travagliata ,avventurosa e emozionante della loro vita, in lontananza si videro una squadriglia di aerei alleati avvicinarsi a loro. A quel punto il viaggio proseguì con tranquillità e allegria, offuscato soltanto da un rimbombo sordo di alcuni colpi di cannone sentiti giungere all’ altezza del fronte tedesco di Ortona.

Prima del tramonto videro i pennoni delle barche da pesca della gente di quelle zone. Quella scena fu un segno evidente che la vita di quei luoghi stava riprendendo serena senza alcuna ombra di incursioni nemiche, ma sicuramente non lo era ancora per il loro equipaggio terrorizzato dall’ idea di imbattersi in imbarcazioni tedesche. Perciò si avvicinarono a quelle barche con trepidazione e i proprietari informarono che erano finalmente in territorio occupato dagli angloamericani. Ecco allora che l’imbarcazione tirò a riva velocemente e con entusiasmo sulla costa di S.Vito Chietino in Abruzzo. Una volta sbarcati trovarono l’accoglienza del comando alleato precedentemente informato dai piloti di aerei che erano stati avvistati la stessa mattina. Vi furono fragranti saluti, accoglienze calorose e dopo una cena di commiato ognuno riprese i propri impegni.

L’indomani giunsero le imbarcazioni degli ex prigionieri guidati da Cagnazzo, intanto Bruno si recò a Bari per informare il comando superiore dell’A.Forces dell’esistenza di altri gruppi lasciati nella zona del fermano e per prendere gli accordi circa l’organizzazione di una nuova grande spedizione di salvataggio. Si preparò così il piano in modo articolato ed efficace grazie alla presa di coscienza dell’impegno serio di Bruno che portò nella notte tra il 24-25/05/1944 alla liberazione del grosso gruppo di ex prigionieri alleati, di partigiani e dell’87° settore Adriatico, circa 130 uomini in tutto. Gli alleati misero a disposizione di Bruno una flottiglia di motosiluranti nella quale si imbarcarono a Termoli: Bruno, altri ufficiali muniti di radiotrasmittenti ed Armando raggiunsero le spiagge fermane il 18/05/1944.

Una volta arrivati fu preparata la spedizione avendo come base la villa Salvatori, che era stato il punto di riferimento per arrivi e partenze, di agenti del servizio segreto alleato. In quella villa i conti Salvatori, antifascisti convinti ospitarono prima della partenza del 24/05/1944 parte degli ex prigionieri e partigiani. Fu allestita così la partenza di una nave che secondo accordi presi in precedenza, tramite una radiotrasmittente, sarebbe giunta da Bari in prossimità della foce del fiume Tenna.

Questa volta tutto rischiò di andare a monte a causa di un errore di identificazione da parte del comandante della nave, del punto di ritrovo in cui tutti aspettavano. Pensava infatti che il punto esatto era la foce del fiume Chienti, prestò attenzione alle prime segnalazioni di Bruno ma poi fece per proseguire la nave verso Nord. Le segnalazioni alla nave inglese continuarono con insistenza, e il comandante della nave pensando che tutta quella gente sulla riva fosse tedesca fece tornare la nave a largo dirigendola verso nord. Solo dopo insistenti segnalazioni da parte di Bruno la nave giunse a riva e il 09/05/1944 fu di nuovo una grande emozione. Il 25/05/1944 giunsero al porto di Termoli. In quest’occasione l’operazione di salvataggio effettuata da Bruno fu veramente grande, e poté assaporare la soddisfazione di ritrovare il caro amico Peter Tumiati che poté partecipare al grande imbarco dopo una malattia da cui era stato gravemente colpito.

Bruno Leoni ricordava che nelle imprese di liberazione amava ripetere ad Armando l’importanza della salvezza di quelle persone non solo per l’episodio umanitario in se per se ma anche perché il governo italiano, avendo ottenuto dai tedeschi un armistizio incondizionato, avrebbe potuto avere dal governo alleato inglese un riconoscimento e un giovamento particolare. Sarebbe rimasta nella storia della resistenza italiana. Gli scopi principali degli italiani erano secondo Armando conquistare la Libertà e aiutare i prigionieri del governo alleato dando ad esse un contributo di solidarietà umana.

Il tutto è stato riportato anche nel testo N.I Special Force nella Resistenza Italiana -Vol. 1°-Ed.Clueb-Bologna 1990.

23-3-1991 NARDONI AURELIO

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