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La Fermo nascosta e misteriosa raccontata da un portalettere

La Fermo nascosta e misteriosa raccontata da un portalettere

Quando la mattina presto partivo per la “gita”, così si chiamava in gergo, pensavo a tutta questa moltitudine ed ero curiosissimo perché ogni giorno la piccola via crucis sarebbe stata diversa e non mi avrebbe annoiato. La mia zona preferita era quella del centro storico, che facevo tutta a piedi, borsa a tracolla e passo spedito. Cominciavo da piazzale Azzolino e corso Cefalonia, zona una volta ad alta densità di negozi, mietuti poi dal decentramento nei quartieri periferici, uffici e poche abitazioni, poi andavo a consegnare in piazza del Popolo, larga, ventosa, accogliente coi suoi caffè all’aperto e il volo dei piccioni, che prima dell’avvento dei centri commerciali era l’agorà, il luogo affollatissimo del passeggio e dell’incontro, e che oggi fatta sera è invece popolata di spettri; proseguendo per via Vittorio Veneto, la “strada nuova”, per poi risalire fino al piazzale del Girfalco, la punta più alta della città. Avevo pochi plichi da recapitare da quelle parti, e allora mi concedevo una sosta, seduto su una delle panchine sotto la fila di lecci centenari, con la cattedrale bianchissima di fronte, ricostruita su quella rasa al suolo dagli uomini di Federico Barbarossa, e più in avanti il belvedere, bevendo acqua fresca da una fontanella. Ma la parte che più mi piaceva era quella a ridosso della chiesa di San Francesco, dove entravo e uscivo dai vicoli umidi e oscuri, e dove potevo accedere ai piani. Mi sentivo padrone di quei luoghi. Il mio ruolo in quei momenti mi autorizzava a starci e spiare le vite degli altri. Un’altra zona particolarmente tortuosa era fatta di cinquanta vicoletti, la più complicata da memorizzare, una delle più antiche, sotto via degli Aceti, dove stanno le cisterne di epoca romana, un luogo catacombale che vale una visita. Quelli che mi interessavano di più, debbo ammettere, erano i matti, di cui la città non è certo sguarnita, gli sposati, i disgraziati. Ricordo un’insegnante zitella, a dire il vero piuttosto brutta e molto pelosa in viso, che quando ero fattorino telegrafico inviava dei bustoni al procuratore della Repubblica, scrivendo fuori dei messaggi criptici in una calligrafia da indemoniata. Sembravano degli inquietanti geroglifici. Al tribunale, quando li aprivano, trovavano dentro mutandine, calze di nylon, una volta persino una scarpa. Quest’umanità nascosta, un po’ celiniana, era la stessa di tutte le città di provincia del mondo, comprese quelle inventate da Faulkner o da Anderson, anche se a fermo assumeva una postura assolutamente esistenzialistica e molto letteraria, o a me così pareva. In un vecchio palazzo in via Perpenti, da una finestra di un ammezzato, nonostante la protezione delle tende, potevo scorgere una stanza sempre disabitata e misteriosissima con un letto e appesi ai miri ex voto e ritratti di madonne. Sono stato tra i primi, e parlo della fine degli anni ottanta del secolo scorso, a conoscere la sede della massoneria locale, che stava proprio a un paio di civici più avanti, sul lato sinistro della strada fatta di sampietrini. Sulla cassetta al piano terra c’era scritto “Società immobiliare V”, e questi “esoterici”, chiamiamoli così, non ricevevano quasi mai corrispondenza. Ma pareva molto attiva la combriccola per tutto ciò che aveva a che fare con incarichi, mansioni, carriere, e una vecchia signora che abitava al primo piano mi diceva ridacchiando i nomi e cognomi degli “incappucciati”. Una delle logge del triangolo Perugia-Fermo-Ancona, potentissima dicono. Nel Sud d’Italia c’è la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, qui sono i massoni a dettare legge. Fermo è città di professori e avvocati, molti dei quali prestati alla politica, sempre elegantissimi passeggiano come silhouette con le loro borsette lucide di cuoio, i paltò scuri, seriose macchinette di provincia segno di una litigiosità certosina, ma è anche luogo di scrittori e fotografi.

Dal libro Andare. Camminare. Lavorare – Angelo Ferracuti


In via Perpenti n°10 è presente l’antichissima Società Operaia del Mutuo Soccorso di Fermo 1864. Una curiosità nelle foto sotto riportate.

Questa foto è di Via Perpenti n°10 scattata da Google Street in Ottobre 2016. C’è la targa dell’ordine degli Ingegneri e sotto la targa con la scritta Società Operaia M.S. (mutuo soccorso) con il simbolo delle mani strette e la data 1864.
Nello stesso posto con foto scattata però sempre da Google Street nel 2017 scompare la targa dell’ordine che credo si sia spostato e la targa sotto è spezzata, si legge solo TA’ OPERAIA. La scritta non è la stessa ma è stata rifatta perché più vicina alle mani.
Nello stesso posto con foto scattata però sempre da Google Street nel Maggio 2018 scompare anche la scritta e rimane solo il simbolo della stretta di mano e la data 1864.

Ma cosa rappresentano queste società di mutuo soccorso?? Le prime società di mutuo soccorso presero ispirazione dalle logge massoniche e, addirittura in alcuni casi, risulta arduo fare un’esatta distinzione fra le une e le altre: in inglese infatti si tende a parlare di lodges (logge) in entrambi i casi. Le società di mutuo soccorso si differenziavano dalla massoneria principalmente per gli scopi e la composizione (fonte).

I massoni erano per la maggior parte professionisti e mercanti ed erano soliti adottare riti di iniziazione, cerimoniali particolari e segni segreti per il riconoscimento fra gli appartenenti. In quasi tutte le logge massoniche vigeva il divieto di iscrizione per le donne. La struttura era basata su un sistema gerarchico considerato di perfezionamento graduale. Gli scopi delle logge erano la ricerca della verità e il miglioramento dell’umanità attraverso progetti filantropici rivolti sia agli appartenenti della loggia sia ai bisognosi della società civile (fonte).

Nel caso delle società di mutuo soccorso, invece, gli iscritti erano lavoratori salariati, artigiani o contadini. La loro funzione era sopperire all’assenza del welfare state (stato sociale) per mezzo dei contributi versati dai soci, i quali insieme ai componenti del loro nucleo familiare erano gli unici destinatari dei servizi offerti e delle opere filantropiche gestite (ad esempio ospedali e orfanotrofi). Le società di mutuo soccorso hanno subito una graduale evoluzione rispetto alle logge massoniche, e molte di esse si riferivano alle loro sedi locali usando proprio il termine “lodge” il che rende abbastanza difficoltosa la catalogazione delle singole organizzazioni sorte a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo (fonte).

Una prima cosa che salta all’occhio è il simbolismo, la stretta di mano è infatti un classico simbolo preso in prestito dalla massoneria, sinonimo di accordo, decisione irrevocabile, connivenza. Ma la stessa via Perpenti è un connubio di simboli e storia. Nella stessa via infatti su una casa in alto è presente una targa dedicata all’eccellenza della massoneria, ovvero Giuseppe Garibaldi.

In via Perpenti sono state prese sicuramente molte decisioni che hanno avuto risvolti nella società, lo dice la storia, lo dicono gli uomini, lo dicono i fatti. Non a caso gli Ordini di avvocati, architetti e ingegneri, nonché molti studi di avvocati erano in via Perpenti. Via Perpenti sa molte cose.

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