Punto Gelato: le novità 2019 e la filosofia del gusto


Tutte quelle che la nostra immaginazione e la nostra voglia di cercare ci porta a sperimentare e realizzare. Essere nel mondo del gelato, soprattutto quello artigianale, non significa mettere in vetrina e vendere al cliente, un prodotto pronto, uscito da una macchina. Significa prima di tutto mettere tutto l’impegno possibile nello studio di quello che si sta facendo. Significa tentare di scomporre fino al midollo ogni singola particella degli elementi e ricomporli in diversa forma. No, non è fantascienza. Solo in questo modo il termine novità assume senso. Ed il senso è quello che, perdonate il gioco di parole, “la novità sta proprio nel senso che al gelato si da”. Solo in questo modo, l’innovazione supera il mero significato di produzione fine a se stessa ed ambisce a qualcosa di diverso, ovvero alla consapevolezza di ciò che il gelato può offrirci. Arrivati qui si apre un mondo che difficilmente può rimanere chiuso in un termine preciso.

Ora, superata l’introduzione filosofica, la domanda era: novità? Certamente.

Punto Gelato Porto Sant'Elpidio
Mandorle, mandorle tostate, crema di pistacchio. La consistenza si sente mi disse il mio amico Enrico agitando la mano verso l’alto in segno di piacere; è bello dover masticare un gelato. Quella rottura di ingredienti che si amalgamano in bocca rendono il gusto un esplosione di sapori unici ed inconfondibili.

Quando però si supera il semplice luogo comune dell’esplosione promozionale e si realizza l’idea che le novità sono continue, piccole o grandi che siano, stanno in tutto ciò che di ulteriore si prova, si realizza, si scopre. Sapete quante cose si possono fare? Infinite (o quasi). Contaminazioni. Il cubo di Rubik potrebbe sentirsi offeso dalle esponenziali combinazioni al confronto. Il Sigep? Un appuntamento di riferimento per il settore, una sfilata, un vernissage, una vetrina, uno stimolo, uno slancio verso nuove sfide nazionali e non (soprattutto).

Ognuno gioca le sue carte. E noi giochiamo la nostra. Le novità, le troverete in vetrina. Se le svelassimo, che novità sarebbero!? 

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Punto Gelato Spiaggia.jpg

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Garbì: il nuovo Gin prodotto nelle Marche


L’idea

L’idea nasce dal talento di quattro giovani sangiorgesi amici da sempre, ovvero Cristiano Del Rosso, Michele Ferrini, Guido Carlo Ragaglia e Carlo Santarelli, ed è semplice ma al contempo innovativa: creare un gin particolare in grado di raccontare la terra marchigiana mediante odori e sapori unici del territorio che si protrae dalle colline fino ad arrivare al mare. Per poter ottenere il risultato sperato ci sono voluti ben due anni di analisi, studi e sperimentazioni al fine di trovare il giusto equilibrio nel sapore finale. Sono state selezionate le migliori materie prime insieme ai migliori collaboratori in tutte le fasi della filiera, per assicurare elevati standard di qualità del prodotto finito.

Gli ingredienti

Nel distillato si può assaporare il gusto di ben dodici botaniche (in inglese botanicals, sono spezie o erbe aromatiche) del territorio marchigiano: ginepro (è l’unico che per legge deve essere presente nel Gin, il quale per definizione tautologica, deve sapere di bacche di Ginepro), mela rosa, angelica, coriandolo, cardamomo, frutta, menta, rosmarino, finocchietto, salvia, basilico, alcol di grano.

Design e sapore

Garbì Gin Marche

La bottiglia è una sorta di libro aperto e racconta una storia di vento, di mare e di magia. Il vento Garbì soffia le essenze e i sortilegi della maga Sibilla (la cui leggenda nasce nella notte dei tempi tra i ruderi dei monti Sibillini) ai naviganti d’adriatico e del mondo. Il bianco e nero unito all’insieme dei vari disegni rappresentati sulla bottiglia racconta in effetti una storia molto profonda: quella della regione Marche.

Si percepisce tutta la passione dei loro creatori: la natura in tutti i profumi intensi trasportati dal vento Garbì che scende dai monti Sibillini sino alle rive del mare Adriatico. Tra queste magiche montagne è stato raccolto il ginepro l’ingrediente essenziale da cui tutto ha inizio, e che dona al distillato la sua identità e l’inconfondibile impronta selvatica. Seguendo il fruscio del vento, le dolci colline hanno offerto le pregiate mele rosa, da cui stilla la botanica fruttata che rende il gusto sofisticato e unico. Al mare, sono dovute le essenze di macchia mediterranea con note di freschezza e sentori estivi. Il viaggio non è terminato ma continua: i giovani ragazzi salpati nel mondo della distilleria con il Garbì in poppa cercano nuovi porti dove poter attraccare per portare il loro sapore carico di storia e di spezie d’oltremare. Ora l’obiettivo è farsi conoscere, far assaporare il gusto, misto a quell’idea nata a Porto San Giorgio.

I cocktail

Al gin sono stati associati diversi cocktail in grado di esaltarne le fragranze come il Garbì Gitano, Garbì & Martini, Garbinos, Garbì Sour. Non resta che assaggiarli, magari in riva al mare, con il vento che accarezza la pelle e le botaniche che accarezzano delicatamente il palato. Buon Garbì a tutti!

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Un grande problema della ristorazione: la voluta mancanza di unità di misura


Menu &amp; Cutlery on A Restaurant TableHo purtroppo notato, passando da entrambe le parti della campana,come ci sia un grande problema di fondo (che genera malcontento sociale) nella ristorazione: la mancanza di unità di misura (u.d.m.) nel menù. Ci troviamo difronte ad un grande dilemma che ha creato e continua a creare incomprensioni nella “popolazione non media” ,ovvero per le frange fuori dal valore medio gaussiano di uno scarto quadratico medio importante (la fascia media non viene toccata dalla problematica). Anche per le comitive il ristoratore non serio approfittandosene crea un prezzo forfettario non giustamente commisurato a quanto ognuno di loro abbia effettivamente mangiato e bevuto. In questi casi è più opportuno trattare prezzo e menù prima del pasto in maniera chiara, facendo capire le intenzioni di non essere “inculato” nel gran finale a sorpresa in stile Quentin Tarantino. Evitate i giorni in cui è alta la domanda e ristretta l’offerta come Natale,Capodanno,San Valentino,Pasqua,ecc…,perché è chiaro che il prezzo, fissato dalla mano invisibile di Adam Smith, lieviterà per la legge del mercato senza che vi sia un corrispondente beneficio in termini di appagamento culinario e il rilascio di endorfine sarà destato dalla vista del conto. Culinario“inculinario” in questi casi si intrecciano a vicenda,come direbbe De Sica: <<Na bella cafonata>>!

 

piatto di pastaLa scritta “un piatto di pasta” come la quantifichiamo?Per giusta regola sarebbe opportuno inserire la quantità in grammi del pasto presente nel piatto corrispondente (obiezione: mi metto a pesare i piatti?Si cazzo li pesi,perché in ferramenta non te lo pesano il fottuto ferro?Non farmi incazzare!Oppure usi uno stratagemma per colmare il piatto in maniera equa conoscendo la quantità corrispondente al livello del piatto stesso e con qualche prova lo sai benissimo,quindi non scassare!).

E ancora la scritta “per 2 persone” che senso ha?Chi sono queste due persone?Due soggetti come Ronnie Coleman o come Fassino?Questo relativismo culinario (magari se Albert Einstein avesse fatto il cuoco ora non ci troveremo in questa situazione) fa acqua da tutte le parti ed è questa insieme alla standardizzazione le principali motivazioni per cui è nato il Sistema Internazionale(SI) delle unità di misura. Ci troviamo quindi dinanzi a un principio di indeterminazione nel comprendere la tipologia di queste due persone:

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Abbiamo l’incertezza su quanto mangi la persona e l’incertezza su quanto debba essere grande il piatto. Il grande Heisenberg risolse la questione dell’incertezza sulla posizione e quantità di moto delle particelle introducendo la costante di Planck. Noi come risolviamo la nostra indeterminazione?

LE TIPOLOGIE DI ACQUA MAGGIORMENTE RICHIESTE DAL CLIENTE

Ora non dobbiamo essere al livello del cliente che chiede acqua leggermente frizzante (la classica donna insoddisfatta sulla cinquantina,forse perché ne ha presi troppi e ha un traforo del Gran Sasso; forse perché ne ha presi troppo pochi e la strada è ancora brecciata) perché certo il locale secondo la mente pacata dell’individuo ha 10 tipologie di acqua a seconda delle esigenze di ogni singola persona:

  • l’acqua leggermente frizzante
  • l’acqua ferma
  • l’acqua alla spina
  • l’acqua frizzante q.b. (quanto basta)
  • l’acqua alcalina
  • l’acqua minerale,oligominerale e mediominerale
  • l’acqua povera di sodio
  • l’acqua micro-filtrata dell’Himalaya
  • l’acqua invecchiata in botti di rovere del 1987
  • l’acqua purissima dell’Islanda
  • l’acqua in bottiglia di vetro
  • l’acqua a temperatura ambiente
  • l’acqua non troppo fredda
  • l’acqua freddissima (richiestissima dal quarantenne/cinquantenne medio in piena stagione estiva)
  • l’acqua a scelta: <<A avete solo questa?Ce l’avete …..?(richiesta della marca)>>

ANALISI E CONCLUSIONE

Cavallo golosoBisognerebbe, e il condizionale è d’obbligo fino ad un certo punto,colmare questo gap non indifferente. Da una parte abbiamo l’esigenza di accontentare il cliente affamato,per cui un piatto di pasta è poco, e il cliente delicato,per cui un piatto di pasta è troppo e che esclamerà “oh mio Dio non sapevo fosse così grande” (proprio la stessa frase che pronunciò nella sua mente Cicciolina quando vide il cavallo per la prima volta),che giustamente paga per essere sfamato nettamente o delicatamente in maniera trasparente e direttamente proporzionale al prezzo senza doversi aspettare la sorpresa finale. Dall’altra parte abbiamo il ristoratore che ha bisogno di velocità,di accontentare la clientela,di un motivo per far tornare e fidelizzare il cliente e di “non sputtanarsi” la reputazione.

Recensioni

Allora prendere per i fondelli il cliente non paga mai perché non ritorna più e nel lungo periodo fa perdere “l’importanza del brand” a causa della sua frustrazione (giustamente motivata) scaricata sugli amici e sulle recensioni online per senso di ingiustizia tramutato in una vera e propria vendetta personale.

Ps: sulle recensioni online dovremo aprire una grande parentesi ma esula dagli scopi di queste righe,pertanto facciamo un minuto di silenzio a quelli da commento super positivo che ti piazzano 2 stelle su 5.

 

(spazio bianco per il minuto di silenzio ed espiazione dei peccati da recensione)

 

Conclusione: la mancanza di u.d.m. non crea vantaggio né al cliente né tanto meno al ristoratore. Entrambi ne escono “sconfitti” da questa clamorosa mancanza di stile: un’evidente lacuna per il mondo della ristorazione.Ora avete un buon motivo per inserire l’u.d.m. nel vostro menu.Non lo fa nessuno?Meglio sarete i primi,un ulteriore punto a vostro vantaggio (consapevoli del fatto che non tutto il food è quantificabile in maniera esatta con un’unità di misura è chiaro che l’introduzione dell’u.d.m. è confinata nella possibilità di utilizzo).

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Il successo di Corona Extra


Uno spirito giovane nonostante i suoi più di ottant’anni. È la Corona Extra, la birra light messicana più venduta al mondo, in assoluto la più bevuta in Messico e Stati Uniti. Il suo slogan è “Corona Extra, the ultimate party beer, che vuol dire più o meno “la birra regina delle feste”. Infatti si presenta come una birra giovane, dinamica e festosa e spopola nei pub, nelle discoteche e nei bar frequentati da giovani e giovanissimi ed è questo uno dei motivi principali del suo grande successo.

È una birra leggera da bere  con una schiuma sottile ed evanescente e una gradazione alcolica media (4,6%). La temperatura ideale per gustarla è compresa fra i 5° e i 7° centigradi. Il gusto è gradevole e delicato, con note fruttate appena accennate e il luppolo che quasi non si sente. Ha un colore giallo paglierino dorato e chiaro perfettamente visibile dalla bottiglia, il cui vetro è quasi del tutto trasparente, a parte l’etichetta. Può essere bevuta da sola come drink dissetante, oppure come aperitivo, accompagnata da frutta secca e stuzzichini salati. È anche adatta ad accompagnare la pizza.

Bere una Corona non significa solo dissetarsi, ma anche tenere in mano una bottiglia dal design raffinato e attraente, condividere un’esperienza di consumo giovane e soprattutto continuare una sorta di rito di consumo. È un classico infatti berla direttamente dalla bottiglia con una fettina di lime (o, in mancanza, di limone) inserita nel collo. In questo modo il gusto ne viene ulteriormente rinfrescato. Alcuni usano anche cospargere la bocca della bottiglia con del sale fino, che darà alla Corona un gusto particolare appoggiandovi le labbra. Il collo stretto,l’aspetto snello,il vetro trasparente,il design semplice ma curato e la leggerezza con cui si può berla direttamente in bottiglia sono le caratteristiche vincenti di questa birra insieme alla strategia della fettina di limone o lime da inserire all’interno diventata una moda che si auto propaganda automaticamente. Da notare che l’etichetta è sempre la stessa e non è tradotta in Italiano ma mantiene la scritta originale Messicana e anche per questo la riconosci in qualunque parte del mondo, perché è identica ovunque.

Questa sua diffusione capillare tra i giovani di tutto il mondo è anche il frutto di sapienti campagne di comunicazione a livello mondiale che hanno legato e legano la Corona Extra a eventi sportivi, musicali e spettacolari connotati da caratteri di gioventù, di stili di vita alternativi, di dinamismo e di rifiuto delle regole. Inoltre la casa produttrice sta lanciando in molte nazioni del mondo i Corona bar, locali a tema caraibico basati sul brand Corona. Lo stile è confermato anche dal sito web della casa messicana, che sin dalla home page si presenta come un sito colorato, pieno di vita e movimento, e informa i suoi visitatori degli eventi in programma. Come il “Movida Corona”, un evento musicale, che si tiene in 70 nazioni diverse di tre continenti, a base di musica latina, ritmi caldi e, ovviamente, birra Corona.

Se proprio non avete voglia di berla direttamente dalla bottiglia, il bicchiere consigliato per la Corona Extra è alto e slanciato proprio a ricordare il design fine. Se poi volete gustarla in un cocktail messicano, allora ecco la ricetta della Michelada, che in Messico si ordina nei ristoranti col nome completo di “michelada preparada”. Pare che il nome derivi dalla espressione “dame mi chela helada”, cioè “dammi la mia birra ghiacciata”. Occorrono: birra Corona Extra, tequila, il succo di un limone, sale, pepe, tabasco, salsa perrins (o Worchester) e ghiaccio. Cospargete col sale i bordi di un boccale da birra ghiacciato. Sul fondo mettete un dito di tequila, il succo di limone, un pizzico di sale e uno di pepe, qualche goccia di tabasco e qualcuna di salsa perrins. Bruno Vanzan ha presentato anche diversi cocktail come:

 

(Fonte:http://cocktail.corona-extra.it/)

La Corona Extra è l’unica birra esportata praticamente in tutto il mondo che viene prodotta esclusivamente nel suo paese d’origine. Le altre, infatti, hanno sedi di produzione dislocate in varie nazioni. Fondata a Città del Messico nel 1925, la casa produttrice della Corona Extra è la birreria Modelo. Oggi possiede in Messico sconfinate piantagioni di cereali e produce da sé anche il vetro delle bottiglie, grazie al controllo su alcune miniere di silicio. In Italia la Corona Extra è stata importata dal genovese Pietro Biscaldi(www.biscaldi.com), cui si deve la diffusione del marchio anche fra i giovani di casa nostra. La sua diffusione nel mondo invece è dovuta all’alleanza commerciale della birreria Modelo con Anheuser-Busch, colosso statunitense proprietario del marchio Budweiser. Insomma il successo di Corona Extra è dato dalla fama mondiale,dal marketing e dalla ormai presenza importante nel mondo dei giovani.

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